Finché non saremo libere, a cura di Ilaria Bernardi. Fondazione Brescia Musei, Museo di Santa Giulia, 2023. Installation shot. © Alberto Mancini. Courtesy Fondazione Brescia Musei

Le artiste iraniane in mostra a Brescia

Fino al 28 gennaio 2024 il Museo di Santa Giulia di Brescia ospita la mostra Finché non saremo libere, dove artiste iraniane affrontano il tema della condizione femminile nel loro Paese

L’arte non è solo bellezza, ma spesso veicola messaggi importanti che partono dal vissuto dell’artista e parlano di questioni fondamentali per l’umanità intera. Promuovere questo tipo di arte per sollecitare una cittadinanza attiva è l’obiettivo che si pone l’Associazione Genesi, nata nel 2020 per volontà di Letizia Moratti. L’ultima iniziativa culturale dell’associazione vuole dare voce alle donne iraniane che in questo momento sono nel vivo della lotta per la loro libertà, lotta intensificatasi in seguito alla morte di Mahsa Amini avvenuta il 16 settembre 2022. Finché non saremo libere è il titolo dell’allestimento a cura di Ilaria Bernardi che sarà visitabile al Museo di Santa Giulia di Brescia fino al 28 gennaio 2024. Per dar vita all’esibizione l’Associazione Genesi ha collaborato insieme al Comune di Brescia, alla Fondazione Brescia Musei con Alleanza Cultura e al Festival della Pace.

Il titolo della mostra è un omaggio a Shirin Ebadi, avvocatessa e pacifista iraniana esule dal 2009 che è stata la prima donna musulmana a vincere il Premio Nobel per la pace (2003) per i suoi sforzi a favore della democrazia e dei diritti umani, in particolare delle donne, dei bambini e dei rifugiati. Finché non saremo libere è la versione femminile del titolo del suo libro Finché non saremo liberi. IRAN la mia lotta per i diritti umani.

La scelta di accendere l’attenzione sulla condizione femminile in Iran è molto importante in questo particolare frangente storico per unirsi a distanza alla lotta di quelle donne che stanno rischiando tutto pur di conquistare diritti basilari che in Occidente diamo per scontati. Ecco perché il Premio Nobel per la Pace 2023 il prossimo dicembre verrà conferito a Narges Mohammadi, attivista iraniana, vice-presidente del Centro per la difesa dei Diritti Umani, imprigionata dalle autorità iraniane nel maggio 2016 e ancora in carcere. Significativa da questo punto di vista è anche la decisione del Parlamento europeo di assegnare il Premio Sacharov 2023 per la libertà di pensiero a Jina Mahsa Amini e al movimento di protesta iraniano “Donne Vita Libertà”.

La mostra Finché non saremo libere vuole similmente accendere i riflettori su una realtà che non può e non deve essere dimenticata. L’iniziativa fa parte di un filone di ricerca e approfondimento promosso dal 2019 da Fondazione Brescia Musei, che mira a indagare il rapporto tra arte e diritti in contesti geo-politici di stringente attualità. Sono state selezionate, per i vari allestimenti, importanti figure del panorama artistico contemporaneo, come l’artista e attivista turca Zehra Doğan (Avremo anche giorni migliori. Opere dalle carceri turche, 2019), l’artista e attivista cinese Badiucao (La Cina non è vicina, 2021) e l’artista e attivista russa Victoria Lomasko (The Last Soviet Artist, 2022).

L’importanza della scelta di dedicare una mostra alle artiste iraniane in questo momento storico è ben chiaro a Francesca Bazoli, Presidente di Fondazione Brescia Musei: «Il progetto costruito insieme all’Associazione Genesi ci vede impegnati su uno dei temi di massima attualità nell’agenda sociale politica culturale globale di questi mesi di cui il recente Nobel e il recente Sacharov sono l’evidente prova benché il progetto fosse partito un paio di anni fa secondo un’intuizione vincente: identificare palinsesti artistico narrativi da contesti geopolitici in cui i diritti sono violati e affondare su di essi con delle esposizioni dedicate all’arte contemporanea».

Consapevole della sfida culturale e politica lanciata dalla mostra è anche Letizia Moratti, Presidente dell’Associazione Genesi: «Sono particolarmente grata alla Fondazione Brescia Musei per aver condiviso con l’Associazione Genesi la grande sfida di concepire una mostra che, per l’attualità della tematica trattata, per l’originale impostazione e per le importanti artiste presenti, svolgerà senz’altro un ruolo di prim’ordine nella diffusione in Italia dei principi che informano la lotta delle donne per i loro diritti e in particolare di quelle iraniane».

Finché non saremo libere è un tipo di iniziativa culturale che mira esplicitamente ad avere un impatto forte sulla società per promuovere un cambiamento reale nella vita delle persone. Questo lo ribadisce Laura Castelletti, Sindaca di Brescia: «È per me estremamente importante che l’Amministrazione comunale, in particolare in questo periodo così problematico e delicato sul piano internazionale, ribadisca il proprio impegno nel sostenere la lotta contro ogni discriminazione. L’arte, a questo proposito, si rivela davvero uno strumento straordinario che ci aiuta a tracciare la rotta verso una società migliore».

Anche quest’anno la mostra che Fondazione Brescia Musei dedica al rapporto tra arte contemporanea e diritti umani costituisce un momento particolarmente significativo del palinsesto del Festival della Pace che per il sesto anno viene organizzato a Brescia. Durante l’intero periodo della manifestazione, fino al 25 novembre 2023, Finché non saremo libere sarà ad accesso gratuito per tutti i visitatori.

Non può esserci pace dove non vengono rispettati i diritti fondamentali dell’uomo, ne è convinto Roberto Rossini, Presidente del Consiglio comunale di Brescia: «Costruire la pace significa impegnarsi a fondo per contrastare discriminazioni e violazioni dei diritti: per questo la mostra Finché non saremo libere occupa un posto davvero importante all’interno del palinsesto del Festival della Pace di quest’anno. Le opere e le installazioni esposte, attraverso linguaggi e stili differenti, offrono una quantità notevole di spunti di riflessione e di occasioni di approfondimento riguardo alla condizione femminile nel mondo. Una grande opportunità non soltanto per conoscere e per riflettere, a vari livelli, sulla realtà che caratterizza diversi luoghi del pianeta, ma anche un’occasione per impegnarci a costruire un mondo diverso, a partire dalla nostra realtà quotidiana».

Stefano Karadjov, Direttore di Fondazione Brescia Musei, sottolinea come la mostra sulle artiste iraniane rappresenti una novità per l’istituzione che dirige: «Finché non saremo libere proietta Fondazione Brescia Musei verso un nuovo trattamento per le esposizioni del ciclo “arte e diritti” rispetto a quanto proposto nell’ultimo triennio. Non più una monografica “verticale” dedicata ad artisti dissidenti ma una collettiva inedita con portfolio originali per l’Italia, di altissimo spessore, di artiste mai esposte nel nostro Paese».

Shirin Neshat (Qazvin, Iran, 1957)
Stories of Martyrdom (Women of Allah series), 1994
Stampa RC e inchiostro
Collezione Genesi, Milano
[Ph. Copyright Shirin Neshat. Courtesy Shirin Neshat e / and Gladstone Gallery, New York e / and Brussels]

L’allestimento non ospita solo opere di artiste provenienti dall’Iran, ma ha un respiro più ampio, come sottolinea la curatrice Ilaria Bernardi: «Il percorso espositivo associa opere di artiste iraniane con opere di artiste provenienti da altri Paesi del mondo e di differenti generazioni per rivendicare in primo luogo la libertà di espressione femminile come diritto inalienabile».

Ad accogliere subito il visitatore di Finché non saremo libere è il lavoro di un artista uomo, l’unico presente in tutta l’esibizione. Si tratta della video installazione Becoming (2015) dell’iraniano Morteza Ahmadvand, la prima opera entrata nella Collezione Genesi che apre tutte le mostre promosse dall’associazione fondata da Letizia Moratti. È significativo anche il fatto che l’artista sia iraniano. La ragione per cui è un’opera ritenuta emblematica della filosofia dell’Associazione Genesi è il messaggio che vuole trasmettere, un messaggio di fratellanza universale e di dialogo tra differenti culture. L’installazione consiste in tre video proiettati su altrettanti schermi, a ciascuno dei quali corrisponde uno dei simboli delle tre principali religioni abramitiche: la croce cristiana, una stella di David e un cubo raffigurante la Kaaba islamica. Questi simboli dalla forma precisa si modificano a poco a poco in contemporanea fino a divenire delle sfere simili tra loro e simili alla sfera presente tridimensionalmente davanti agli schermi. La sfera rappresenta evidentemente la Terra, proposta come spazio dove si annullano le differenze, perché tutti i popoli sono uguali nella loro dignità e devono imparare a convivere pacificamente rispettandosi a vicenda senza prevaricare l’uno sull’altro. Una verità, questa, particolarmente importante nella turbolenta congiuntura internazionale in cui siamo immersi ora.

Il percorso espositivo prosegue con opere originate tutte dalla creatività femminile. La mostra è suddivisa in tre sezioni. Nella prima si possono ammirare i lavori di artiste donne provenienti da varie aree geografiche del pianeta. Sono opere che fanno parte della collezione d’arte contemporanea dell’Associazione Genesi. I temi che affrontano sono molteplici e tutti interconnessi tra loro.

Ci sono le artiste che rivendicano il diritto alla memoria e all’identità del proprio popolo: l’artista franco-marocchina Leila Alaoui, l’artista originaria del Pakistan Hangama Amiri, l’artista ucraina Zhanna Kadyrova e l’artista di origini albanesi Iva Lulashi.

Altro tema già visto con l’installazione Becoming è quello dell’identità multiculturale, del dialogo, dell’interscambio e del rispetto reciproco tra culture. A indagarlo esteticamente dal punto di vista femminile sono Mequitta Ahuja, pittrice figurativa con radici afro-americane e indiane, Sonia Gomes, artista brasiliana e Otobong Nkanga, artista nigeriana che vive e lavora in Europa.

Un tema importante trattato dalle opere in mostra è quello della violenza del Potere, in cui rientrano i soprusi perpetrati e tollerati dalle autorità in alcune aree e Paesi del mondo, le guerre, i genocidi e lo sfruttamento. Ne parlano con la loro arte Leila Alaoui, l’artista sino-americana Hung Liu, l’indiana Shilpa Gupta e l’artista americana di origini nigeriane Toyin Ojih Odutola.

Strettamente legata alla tematica dei diritti umani è la questione ambientale, un altro degli ambiti su cui pone l’attenzione l’Associazione Genesi con il suo operato. Una fotografia dell’artista franco-americana Anne de Carbuccia vuole mostrare visivamente l’autodistruzione da parte dell’essere umano del nostro pianeta, rappresentando un luogo degradato dai rifiuti realmente esistente in Italia con l’unica aggiunta di una clessidra e un teschio che rievoca il motivo classico del memento mori.

Portando il punto di vista delle donne nell’arte non può mancare una riflessione sulla condizione femminile all’interno di contesti, privati o pubblici, in cui la supremazia maschile è ancora molto radicata. Un tema, questo, che sarà trattato ovviamente anche nella sezione della mostra dedicata alle artiste iraniane. Di femminismo e parità di genere parlano le opere di Marcellina Akpojotor, artista nigeriana, di Zanele Muholi, fotografa sudafricana, di Billie Zangewa, artista nata in Malawi e poi trasferitasi in Sudafrica, e di Zehra Doğan, artista e giornalista curda con cittadinanza turca, protagonista della prima edizione del ciclo di esposizioni di Fondazione Brescia Musei dedicate all’arte e ai diritti umani, nota per essere stata arrestata e condannata per aver pubblicato sui social media un suo dipinto in cui raffigura la distruzione di Nusaybin dopo gli scontri tra le forze di sicurezza e gli insorti curdi.

Fanno da tramite fra la prima e la seconda sezione della mostra due opere di due diverse artiste iraniane che indagano sulla questione femminile nel loro Paese d’origine. Honor di Soudeh Davoud mostra in una scena dominata da una malinconica tonalità di blu una donna senza velo che trova sul suo cammino degli uomini in divisa intenti a scrutarla con fare minaccioso. Stories of Martyrdom (Women of Allah series) di Shirin Neshat è invece una fotografia dove si vede l’unica parte del corpo che le donne in chador possono mostrare: le mani. Su di esse sono scritti stralci di testi in lingua farsi, mentre appoggiato sopra le braccia si nota un fucile per rappresentare sia la complessità della donna che può essere casalinga ma anche guerriera, sia la violenza del potere che si serve delle sue vittime come carne da macello per le sue guerre.

Comincia poi la seconda sezione della mostra dove vengono omaggiate due artiste storiche iraniane che, seppur molto note a livello internazionale, non sono mai state protagoniste di mostre personali in Italia: Sonia Balassanian e Farideh Lashai, entrambe nate negli anni Quaranta, e dunque formatesi prima della Rivoluzione Islamica del 1979.

Sonia Balassanian è nata ad Arak nel 1942, in Iran è diventata subito un’attivista dopo i fatti del 1979, oggi vive e lavora tra New York e l’Armenia. Le sue opere sono state esposte in prestigiose istituzioni internazionali tra cui il MoMA di New York e il Padiglione Armeno della Biennale di Venezia del 2007. A Brescia si possono ammirare dei suoi lavori tre cicli di opere su carta degli anni Ottanta e un’installazione degli anni Duemila.

La serie Hostages realizzata nel 1980 racconta la drammatica vicenda dei 52 ostaggi dell’Ambasciata statunitense a Teheran sequestrati dagli studenti rivoluzionari khomeinisti e liberati nel 1981 dopo l’insediamento di Ronald Regan a presidente degli Stati Uniti.

Di grande impatto è poi la serie dei 18 autoritratti Unititled, una drammatica sequenza montata come i frame di una pellicola cinematografica, dove l’artista, in un collage e acrilico su carta, taglia, mutila, manda in mille pezzi il proprio viso velato per testimoniare la violenza che subiscono le donne iraniane. Il suo sguardo accusatorio rivolto verso lo spettatore sembra rimproverarci di osservare passivamente la sua oppressione senza provare ad aiutarla in qualche modo.

Nella serie Brooding del 1988 Balassanian pare voler evocare una umanità perduta, oppressa, disincarnata sotto forma di figure eteree, fantasmi, corpi dalle forme appena accennate e quasi sospese nel vuoto. Queste immagini sono ovviamente riverbero e specchio delle donne iraniane che vengono private dal regime della loro individualità e originalità femminile perché considerata pericolosa per l’uomo.

Un esplicito riferimento a quello che stanno subendo le donne in Iran lo contiene anche l’installazione The Flock del 2008: 5 teste di agnelli dorati guardano verso il basso due monitor dove a rotazione sono proiettati video di pecore al pascolo. L’agnello in qualsiasi cultura è l’animale sacrificale per eccellenza e nell’opera di Balassanian allude alla sorte di tante donne iraniane che si sono lasciate e si lasceranno condurre al macello per amore della libertà.

L’altra storica artista iraniana in mostra a Brescia è Farideh Lashai, nata a Rasht nel 1944 e scomparsa a Teheran nel 2013. Sue personali sono state allestite in importanti musei nel mondo, come il British Museum a Londra, il Prado Museum a Madrid e la Sharjah Art Foundation a Sharjah. Le sue opere sono state esposte in rassegne internazionali, come l’8th Biennale of Sydney, e ad oggi molte fanno parte di prestigiose collezioni d’arte contemporanea tra cui quelle del Centre Georges Pompidou a Parigi e della Sharjah Art Foundation. Con Balassanian condivide un passato da attivista: nei primi anni Settanta fu imprigionata a causa della sua politica di sinistra e del suo coinvolgimento nel movimento studentesco negli anni precedenti la rivoluzione islamica.

Finché non saremo libere ospita il più importante ciclo di opere di Lashai: Rabbit in Wonderland, ispirato ad Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll e composto da sette opere. Nella cultura iraniana il coniglio simboleggia lo stolto e in effetti il significato dell’opera di Lashai esposta a Brescia può essere un invito a seguire colui che viene giudicato folle, senza giudizio, incosciente, ma segue i suoi sogni e le sue battaglie con coraggio e convinzione, perché a volte servono i matti per aggiustare le pazzie del mondo.

Conclude il percorso espositivo la terza sezione dedicata a una giovane artista iraniana che ha scelto Brescia come attuale città di residenza: Zoya Shokoohi. Le sue opere sono due coinvolgenti interventi site-specific, Verbum e Respiro. Durante la performance Verbum del 9 novembre 2023 i visitatori della mostra sono stati invitati a mangiare una torta preparata dall’artista stessa. Il dolce aveva la forma di una parola misteriosa scritta in persiano a cui Zoya Shokoohi è particolarmente legata. Il senso dell’opera era quello di “mangiare la libertà” in una sorta di banchetto collettivo tenuto dall’artista.

Con la performance Respiro invece i visitatori della mostra sono invitati a trattenere per alcuni secondi il fiato nei polmoni per poi chiuderlo in un piccolo vasetto che viene archiviato firmando una liberatoria e segnando i propri dati sull’etichetta del barattolino. L’artista ha detto che i vasetti saranno poi aperti in quei posti, come il suo Paese d’origine, dove “manca l’aria”. Un modo originale, insomma, per farsi vicino a tutte quelle persone, e in particolare donne, oppresse nelle varie parti del mondo, ma anche un auspicio perché in quei luoghi un giorno l’aria da respirare non manchi più a nessuno.

Beatrice Maria Beretti

La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Skira, a cura di Ilaria Bernardi e con testi di Omar Kholeif (Direttore delle collezioni e curatore senior presso la Sharjah Art Foundation), di Delshad Marsous (Associazione Maanà – Associazione della Diaspora Iraniana), della scrittrice Negar Azimi (tradotto per l’occasione in lingua italiana, grazie al gentile contributo della Farideh Lashai Foundation) e dell’artista, performer e ricercatrice iraniana Zoya Shokoohi.